1 -2 gennaio 2026
Giovedì 1 e venerdì 2 gennaio 2026
Albero di Natale smontato, casa sistemata, gatti incaxxati: è tutto in ordine, siamo pronti a partire con il volo AZ770 delle 13.35 per l’Indira Gandhi International di New Delhi, dopo la doverosa sosta Scrocco & Selfie alla lounge del Terminal 3 di Fiumicino. Niente di particolare da segnalare, partiamo puntuali e le ore di volo passano abbastanza velocemente.
Atterriamo in anticipo di una trentina di minuti, all’una e venti ora locale, rapidissima fila agli sportelli per gli E-Visa e in un attimo siamo al nastro … peccato che i nostri bagagli vogliano farci provare emozioni, le prime di un viaggio che ne sarà denso, e arrivano praticamente a fine consegna … ma vabbé, l’importante è che arrivino. Finalmente, dopo aver sbagliato tutte le possibili direzioni, uscite e corridoi trabocchetto, troviamo Prakash, che come ci aveva preannunciato Pappu ci attende sventolando un cartello con i nostri nomi, e appena impossessatosi delle nostre valigie parte per il chilometro lanciato attraversando miglia e miglia di aeroporto per arrivare completamente sfiatati al parcheggio. Oh bimbo, porta un po' di rispetto agli anziani! Collana di fiori di benvenuto alla Fantasilandia - sì, sono vecchia - e via per una Delhi (non troppo) addormentata fino a raggiungere il nostro B&B nel quartiere di Lajpat Nagar.
I viali centrali fanno molto Las Vegas, la medesima sobrietà e lo stesso buon gusto, ma appena svolti su una laterale ti trovi di colpo alla periferia di Kampala, il che naturalmente ci piace assai … momento di panico perché all’alba delle tre e mezzo del mattino pare non esserci nessuno ad accoglierci, ma la situazione si sblocca velocemente con la chiamata di Prakash a un insonnolito giovane titolare che scende ad aprirci e ci scorta nella nostra stanza con bagno privato, semplice, quasi sobria e pulitissima, con le lenzuola – mia principale preoccupazione con tutto quel che avevo letto e sentito – che sanno di bucato.
Crolliamo subito a nanna e ci svegliamo alle otto passate, più o meno le quattro sul fuso di Pandonia … sì, perché l’India non è mica un paese banale come tutti i paesi banali, eh. Il fuso è quattro ore e mezza avanti rispetto al nostro, così, per il piacere di complicare la vita alla gente ^^
Con molta calma, dopo la doccia scendiamo a colazione, sono quasi le dieci ed è la prima volta in oltre undici anni di viaggi insieme che facciamo così tardi, manco in Giappone che di ore di fuso ne ha il doppio. Ottima ma impegnativa l’omelette pepe coriandolo e cipolla, un po’ troppo dolci le marmellate e un po’ troppo poco confezionato il burro, ma va benissimo così. Scende a salutarci anche la mamma del titolare, una simpatica e gentilissima anzianotta che parla un discreto inglese … ci familiarizziamo con la strada davanti al B&B per il tempo di una sigaretta, salutiamo Pappu che alle undici arriva a riscuotere il saldo in contanti (tutto il mondo è paese) e a salutarci e fare due chiacchiere, e a mezzogiorno arriva Prakash per raccoglierci con il cucchiaino prima che parta l’abbiocco.
Prima tappa, il Qutb Minar, il minareto in mattoni più alto del mondo, Patrimonio dell’Umanità Unesco. Ma prima di arrivarci … beh, ieri notte un po’ lo avevamo sospettato che alla guida fossero più creativi dei romani, oggi ci tolgono ogni dubbio. Non solo alla guida, eh: anche a piedi, a cavallo, in bici, in risciò … nei prossimi giorni anche a cammello. E le mucche? Creative anche loro, e padrone del mondo, con un atteggiamento alla “io so’ io e voi non siete sacri” francamente indisponente
Al volante gli indiani sono terrificanti, ma dopo aver recitato in trenta secondi tutti i misteri del santo rosario ci si abitua e ci si affida al piccolo Ganesh sul cruscotto (abbiamo smesso velocemente di chiederci come mai tutti abbiano almeno una divinità a presidiare la macchina) … tutti i furgoncini e i camion hanno un adesivo o una scritta dipinta che grida al mondo BLOW HORN, e tutti li prendono in parola, mai sentita una cacofonia simile prima d’ora … e non perché sono sorda, fidatevi
Sconsigliato agli ansiosi e a chi ambisce a morire centenario, ma decisamente divertente se riesci a prenderla con filosofia.
Al Qutb Minar c’è la fila per gli stranieri, praticamente vuota, e passiamo letteralmente sopra a tutti gli indiani presenti, prima all’inseguimento di Prakash per pagare le 550 rupie (600 se paghi in contanti, e rispettivamente 50 o 35 se sei del posto) e poi all’ingresso dedicato, dove ci lascia soli per la prima volta davanti ai controlli. Da fuori non si vede molto e non abbiamo grandi aspettative, e invece … SBAM, il primo di una lunghissima, inattesa serie di SBAM che l’India si appresta a regalarci.
Il minareto visto da vicino è di una bellezza che non esito a definire abbacinante, in arenaria chiara scolpita come una trina, a contrasto con i mattoni rossi. I resti dei templi hindu e della madrasa, le tombe dei moghul, le due moschee … tutto ha un tale fascino che ci dimentichiamo persino di lanciare gli avada kedavra di rito, e ce ne sarebbe bisogno data la folla del venerdì pomeriggio, giornata libera per la corposa minoranza musulmana. Senza guida ancora non sappiamo nulla della storia del posto, ci rifaremo l’ultimo giorno chiedendo al giovane Shivam di riportarci qui, con ben altro meteo e quasi nessun affollamento, e di raccontarci tutto quello che non sappiamo … e fa la differenza, ma anche oggi, limitandoci a farci inebriare dalla pura bellezza, il tempo vola piacevolissimo.
Qui sperimento il mio primo inatteso momento Brigitte Bardot: i bambini in generale mi guardano con gli occhi sgranati, me ne ero già accorta con una certa perplessità, finché una di loro trova il coraggio di avvicinarmi e chiedere una foto con me e da lì … l’apoteosi. Mi ritrovo letteralmente con un codazzo di gente che fa la fila per cotanto privilegio … dapprima fratelli, nonni, zii, cugini, cognati, avi fino alla settima generazione della bimba coraggiosa, poi probabilmente galvanizzate dal successo arrivano altre famiglie al gran completo. Un paio di loro hanno pena del povero Paolo e consentono anche a lui di posare, ma la star indiscussa sono io.
Ce la ridiamo, mi sento anche un po’ in imbarazzo, ma mi dispiace dire di no a tanto entusiasmo … scopriremo poi parlando con le guide che si tratta spesso di gente che vive in campagna e non ha occasione di incontrare occidentali, e nel - di solito unico - viaggio della vita nella capitale adora farsi immortalare accanto a esemplari di strepitoso pallore come la sottoscritta per mostrare poi a casa si aver avuto un contatto ravvicinato con il grande mondo, e postare le prove ovunque. Sono stata per un giorno la signora di Instagram, temo.
La fame ci porta poi a un ristorante vegetariano scelto da Prakash, dove accettano solo contanti che dobbiamo procurarci a un ATM attraversando la strada a rischio della vita, sotto lo sguardo incredulo del nostro autista che non capisce il senso del mio cercare le strisce e aspettare il verde del semaforo (con il senno di poi non lo capisco manco io) … il nostro primo impatto con la cucina indiana autentica è davvero felice, prendiamo un paneer – formaggetto fresco e delicato – con gli spinaci e uno butter masala, accompagnati da quella che sarà la costante del viaggio, un delizioso garlic naan. Spendiamo l’equivalente di dieci euro scarsi compresa la mancia, è un posto decisamente caro per la media indiana, come tutti quelli turistici … ma se in Madagascar il nostro Petit ci aveva chiesto se volessimo mangiare nei ristoranti per turisti o in quelli dei locali, qui Prakash è categorico, solo ristoranti testati per gli occidentali, niente street food e no, lui non viene con noi, neanche se gli offriamo il pranzo.
Dopo una veloce tappa da Airtel per procurarci - per la principesca somma di 350 rupie - poco meno di 3.40 euro - una sim indiana che per un mese ci garantisce due giga al giorno, raggiungiamo il Lotus Temple, dove mi aspettano altri momenti di gloria. Oltre alla novella fama della sottoscritta, apprezziamo anche l’architettura e l’idea di fondo che ha ispirato la costruzione: chiamato anche Bahai House of Worship, questa bellissima struttura che a me ricorda vagamente la Sydney Opera House vista solo in foto, dalla forma di un fiore di loto che sboccia, ospita un luogo di preghiera non dedicato a una divinità specifica ma aperto a tutte le fedi, e a chi fede non ne ha ma sa cogliere la spiritualità nel mondo. Il candore delle sue linee purissime è affascinante e pacificante, l’interno così privo di simboli religiosi trasmette un senso di misticismo e di pace che apprezziamo tantissimo.
Apprezziamo un po’ meno il doverci togliere le scarpe, ma capiremo ben presto che è meglio abituarsi, e almeno non abbiamo i calzini bucati
Ci rituffiamo nel traffico di Delhi e chiediamo a un già perplesso Prakash di lasciarci a una decina di minuti a piedi dal nostro alloggio, sicuramente ci metteremo meno che in auto e poi ci piace esplorare, dobbiamo fare acquisti (balsamo e biscotti, beni imprescindibili sennò col caffè a letto che ci prendiamo domattina? e chi domerà il mio capello selvaggio?).
Investiti dieci centesimi di euro a pacchettino torniamo in stanza e dopo brevi consultazioni ci risolviamo ad affrontare la nostra prima cena in autonomia puntando il ristorante afghano consigliato dal padrone di casa, con le dita incrociate. Lasciamo il nome al gemello di Kabir Bedi che presidia l’ingresso e dopo una breve attesa possiamo affrontare un tikka di montone e una zuppa di pollo che per meno di 600 rupie ci rimettono al mondo e ci preparano a una notte di nanna saporita, che ucciderà il jet lag con estrema efficienza. Buonanotte India, ci stai piacendo, sai?
























































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